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Marche, 1866, il caporale romagnolo Anselmo Toschi viene trasferito vicino al fiume Esino, a valle delle colline che circondano il paese di Serra San Quirico, con il compito di sorvegliare i lavori di costruzione della ferrovia Roma-Ancona. La vita al campo è contraddistinta da problemi di convivenza, incidenti sul lavoro e attacchi di briganti.

Toschi fa amicizia con altri soldati, in particolare con l’imponente e irascibile soldato Fortini. Insieme, assistono all’arrivo del primo treno che la valle abbia mai visto e alla nascita di un piccolo paese attorno alla stazione ferroviaria. L’evento porta con sé i primi lampi di modernità in un territorio lacerato da estrema miseria e sentimenti di ribellione contro le leggi del nuovo Stato.

Le circostanze portano Toschi e gli altri soldati ad Ancona, durante una grave epidemia di colera. L’esercito deve mantenere l’ordine e ripulire una città in quarantena, ma la situazione precipita. Le squadre di lavoro scappano per evitare il contagio, mentre Toschi riceve, in modo del tutto inaspettato, i gradi di sergente del Regio Esercito direttamente da parte del colonnello Negri.

In seguito, il colonnello affida a Toschi e ai suoi uomini una nuova missione: catturare le ultime bande di briganti che infestano il territorio della Marca e dare la caccia al leggendario Olmo Carbonari, il fuorilegge più temuto dall’esercito. Il brigante vive con la sua comunità in un paese sperduto tra le montagne, indifferente alle leggi della Nazione.

I briganti sono criminali senza scrupoli e gli ultimi baluardi di un mondo che non vuole piegarsi ad alcun padrone; vivono in latitanza, nascosti nei boschi, spesso con la complicità della popolazione locale. La missione è scandita dallo scambio di dispacci con il colonnello Negri, dagli scontri con le bande e dai momenti di fraternità tra Toschi e i suoi ragazzi. L’ossessione per il brigante Carbonari spinge Toschi a una solitaria caccia all’uomo, durante la quale farà i conti con il suo passato, la sua idea di giustizia e il senso stesso della sua vita.

 

 

Guardare nell’abisso è il modo migliore per accogliere l’abisso dentro di noi e nessuno meglio di uno scrittore è più propenso a sporgersi oltre il consentito, calandosi nei la-semantica-del-criminepersonaggi e partecipando dei loro istinti omicidi. Se il delitto è sotto gli occhi di tutti, spesso le ragioni della mano assassina restano incomprensibili, nascoste, ed è proprio in quell’oscurità che ci portano questi racconti, faccia a faccia con l’irrazionale.
Guidati da Gianluca Morozzi, sette autori esplorano situazioni e ambienti dove gli incubi individuali diventano paure collettive e dove la mano che si arma apre una ferita nel tessuto sociale.
Thriller, noir e giallo si alternano su queste pagine. Nei manicomi o sotto i riflettori del jet-set, nelle pieghe della Storia come nelle pagine di cronaca, sette racconti che vi lasceranno col fiato sospeso.

 

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Il mio racconto

1909

Nei primi anni del ‘900 le campagne romagnole sono teatro di aspre lotte per l’affermazione dei diritti dei lavoratori. La storia è ambientata a Coccolia, un piccolo paese tra Ravenna e Forlì, e racconta le vicende di due giovani fratelli. Pietro, silenzioso e serio, scopre casualmente un talento innato per la bicicletta, fino a diventare una promessa del ciclismo italiano. Attilio è un ribelle, detestato dal padre, che abbraccia le imprese degli anarchici e la causa dei lavoratori sfruttati. Intorno a loro gravitano altri personaggi che accompagnano le vicende dei due ragazzi con la propria umanità: la madre Jole, l’oste del paese e l’allenatore di Pietro. Poi, un giorno, durante uno sciopero davanti allo zuccherificio di Forlì…

 

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